E’ impossibile non cominciare questo post senza parlare del referendum costituzionale che c’è stato, e stavolta fare il Punto non è affatto semplice.
Il Referendum, i suoi risultati, le convulse giornate che ne sono seguite avranno degli effetti di lungo periodo per il Partito Democratico e per il paese. E’ evidente che il Partito Democratico ora ha la necessità di ridefinire una sua fisionomia politica prima di tornare alla competizione elettorale: il risultato referendario, anche se così non sarebbe dovuto essere, ha delle evidenti implicazioni politiche per il Segretario del PD, nonchè  ex Presidente del Consiglio.

Quello che è meno chiaro è il contorno in cui questa discussione andrà a svolgersi: torna in mente il rischio paventato da Fabrizio Barca che in un suo articolo prevedeva “un redde rationem senza fine, altro che l’avvio di un confronto di idee”.

In questo la convocazione del congresso è una buona notizia ma da non prendere a cuor leggero: è la garanzia che questa discussione avverrà nei confini del PD, e quindi passando per un confronto interno, senza strappi di altra natura, ma al contempo dovrebbe far riflettere per il “clima” in cui essa si svolge. Ora, quando si fa menzione a questo argomento, la risposta è sempre la stessa: “non spiegateci che la discussione non può essere anche dura, un congresso è proprio questo”.

Noi questo lo sappiamo bene. Proprio per questo riteniamo che il tema sia del tutto politico ed abbia a che fare con la natura intrinseca del PD. Il PD è un partito profondamente connotato da un pluralismo di culture politiche: uccidere quel pluralismo vuol dire uccidere e strappare il PD. Le riunioni di militanti fuori da Sant’Andrea delle Fratte per chiedere l’espulsione della minoranza, oppure le accuse al Segretario del Partito di essere un dittatorello da strapazzo non vanno stigmatizzate come elementi di scarsa educazione, ma come il venir meno della consapevolezza diffusa che il pluralismo delle culture politiche del partito è un elemento della sua forza, non della sua debolezza. Alla fine di un congresso, una, o una coalizione, di queste culture politiche si afferma, ed è giusto che esprima la leadership e che sia la prima depositaria della linea politica prevalente. Quello che non può fare è tentare di liquidare le restanti, pensare di reprimerle, marginalizzarle.

Ecco: se il congresso diventerà l’opportunità per una discussione anche brusca, ma volta alla ricostituzione di una fisionomia politica del partito sarà un’occasione vitale e utile, indipendentemente dai risultati. Se al congresso prevarrà una volontà di denigrazione e liquidazione reciproca il risultato non sarà solamente quello di perdere una straordinaria occasione regalando la futura vittoria elettorale ai 5 stelle o alla destra, ma anche quello di sfasciare il PD, un danno di lungo periodo non solo per la sinistra ma per la democrazia del paese. E’ inutile dirvi che contributo cercheremo di dare noi: quello di chi si ostina a pensare, aldilà delle decise e ferme posizioni di ognuno dei singoli, che un partito sia una comunità che si confronta, non che si autoliquida.